Hanno detto di lei
Virginia Woolf:
Saggio su Jane Austen:
È probabile che se Miss Cassandra fosse riuscita a fare a modo suo, non avremmo avuto niente di Jane Austen a parte i suoi romanzi. Solo a sua sorella scrisse liberamente; solo a lei confidò le sue speranze e, se le voci sono vere, le grandi delusioni della sua vita; ma, quando Miss Cassandra invecchiò, e l’aumento della fama di sua sorella le fece sospettare che sarebbe arrivato un momento in cui degli estranei avrebbero cominciato a curiosare e gli studiosi a speculare, bruciò, nonostante il costo per sé stessa, tutte le lettere che potevano soddisfare la loro curiosità e risparmiò solo quelle che ritenne troppo triviali per essere anche interessanti.
Così la nostra conoscenza di Jane Austen deriva da un poco di pettegolezzi, da qualche lettera e dai suoi libri. Per quanto riguarda i pettegolezzi, quelli che hanno sopravvissuto i loro tempi non sono mai da condannare; con un pò di aiuto possono servire ammirevolmente allo scopo. Per esempio, dice la piccola Philadelphia Austen di sua cugina:
(Jane) non è affatto carina e non è molto seria, diversamente da una ragazza di dodici anni... Jane è capricciosa e smorfiosa.
Mrs. Mitford, che conosceva le Austen sin da quando erano ragazze, pensava che Jane fosse:
La farfalla più carina, sciocca e affetata, alla caccia di un marito di cui si ricordava.
Un’amica di Miss Mitford di cui non si sa il nome dice che Jane
si è irrigidita nel pezzo di “singola beatitudine” più perpendicolare, preciso, taciturno che sia mai esistito. Fino a quando la pubblicazione di “Orgoglio e Pregiudizio” non mostrò che preziosa gemma fosse nascosta in quel rigido contenitore, non era considerata in società più di un attizzatoio o un parafuoco... È ancora un attizzatoio -ma un attizzatoio di cui tutti hanno paura... Un’arguzia, una capacità di delineare i caratteri che è davvero incredibile.”
Dall’altro lato, naturalmente, ci sono gli Austen, una razza poco portata a fare panegirici di sé stessa, ma comunque i suoi fratelli:
erano molto affezionati e fieri di lei. Erano legati a lei per il suo talento, le sue virtù e le sue maniere, e
ognuno di loro desiderava in seguito scoprire qualche somiglianza di questa o quella figlia con la cara sorella Jane.
Incantevole ma perpendicolare, amata a casa ma temuta
dagli estranei, con la lingua pungente ma tenera di cuore -questi contrasti non sono affatto incompatibili, e quando osserviamo i suoi personaggi
ci troviamo le stesse complessità nella scrittrice.
Per cominciare, quella rigida ragazzina che Philadelphia trovò così diversa da una bambina di dodici anni, capricciosa e smorfiosa, sarebbe
diventata l’autrice di una storia sorprendente e poco infantile, ”Amore e Amicizia” che, anche se appare incredibile, fu scritta all’età di
quindici anni. Fu composta, apparentemente, per divertire la classe;
una delle storie nello stesso libro è dedicata con ironica solenità a uno dei suoi fratelli; un altra è accuratamente illustrata con degli
acquarelli da sua sorella. Questi sono scherzi che, si ha l’impressione,
erano di proprietà della famiglia; getti di satira che colpivano
il segno perché tutti i piccoli Austen prendevano in giro le signore eleganti
che “sospiravano e svenivano sul divano”.
Fratelli e sorelle devono aver riso quando Jane lesse a voce alta
il suo ultimo pezzo sui vizzi che tutti aborrivano.
...
E così continua, tanto velocemente quanto poteva scrivere, per raccontare l’incredibile storia di Laura e Sophia, di Philander
e Gustavus, del gentiluomo che guidava una carrozza tra Edimburgo e Stirling ogni due giorni, del furto della fortuna che veniva
conservata nel cassetto del tavolo, delle madri che morivano di fame e dei figli che recitavano Macbeth. Indubbiamente la
storia deve aver suscitato l’ilarità della classe. Eppure niente è più ovvio di questa ragazza di quindici anni, che sedeva nel
suo angolo privato del soggiorno, e che scriveva non per strappare
una risata dai suoi fratelli e da sua sorella, ma scriveva per tutti,
per nessuno, per la nostra età, per la sua; in altre parole,
già a quella giovane età, Jane Austen scriveva.
Si sente nel ritmo e nella forma e nella severità delle sue frasi. “Non era niente di più di una giovane donna di buon carattere, educata e compiacente; come tale potrà con difficoltà non piacervi -era solo un oggetto di disprezzo.” Una frase del genere è destinata a sopravvivere alle vacanze di
Natale. Pieno di spirito, divertente, con una libertà che sfiora la sciocchezza, ”Amore e Amicizia”
è tutto questo; ma cosa è questa nota che non sovrasta mai il resto,
che suona distinta e penetrante per tutto il volume? È il suono delle risate.
La ragazza di quindici anni sta ridendo, nell’angolo, al resto del
mondo.
Le ragazze di quindici anni stanno sempre ridendo. Ridono mentre il signor Binney
prende il sale invece dello zucchero. Quasi muoiono dal ridere quando la vecchia signora Tomkins si siede sul suo gatto. Ma piangono il momento successivo.
Non hanno la percezione che c’è qualcosa di eternamente deridibile nella natura umana, una certa qualità negli uomini e nelle donne in grado di suscitare la nostra satira. Non sanno che Lady Greville che snobba e la povera Maria che viene snobbata sono figure permanenti in ogni sala da ballo.
Ma Jane Austen lo sapeva fin dalla nascita. Una di quelle fate che volano sulle culle deve averla portata a volare per il mondo direttamente dopo esser venuta al mondo.
Quando fu riportata nella culla sapeva non solo che aspetto aveva il mondo ma aveva già scelto il suo regno. Aveva promesso che, se avesse potuto
governare su quel territorio, non ne avrebbe desiderato nessun altro. Così, all’età di quindici anni, aveva poche illusioni sulle altre presone
e nessuna su sé stessa. Qualsiasi cosa scrivesse era completa ed in relazione non con il vicariato ma con l’universo. È impersonale; è inscrutabile.
Quando l’autrice, Jane Austen, scrive il più rimarchevole schizzo sulla conversazione di Lady Greville, non c’è traccia di rabbia nella
figlia del pastore. Il suo sguardo raggiunge direttamente il punto, e lei sa precisamente dove, nella mappa della natura umana, il punto
si trova. Lo sappiamo perché Jane Austen non superò mai i limiti dei suoi confini. Mai, nemmeno all’età di quindici anni, si lasciò andare alla vergogna, accecare un sarcasmo in uno spasmo di compassione o rovinare una frase in una nebbia di rapsodia. Spasmi e rapsodie, sembra che abbia detto, finiscono qui; e la linea
di confine è perfettamente distinta. Ma non nega che lune e montagne e castelli esistano dall’altra parte. Ebbe anche un amore tutto suo. È per
la Regina degli Scozzesi. Davvero l’ammirava molto.
“Uno dei primi personaggi al mondo” la chiamò “una incantevole Principessa il cui unico amico era il Duca di Norfolk e i cui amici adesso sono il
signor Whitaker, la signora Lefroy, la signora Knight e me stessa.” Con queste parole la sua passione è nettamente circoscritta e accompagnata
da una risata. È divertente ricordare in quali termine la giovane Brontë scrisse, non molto tempo dopo, nel loro vicariato nel nord, sul Duca di Wellington.
Quella ragazzina crebbe. Divenne “la farfalla più carina, sciocca e smorfiosa in cerca di marito” che la signora Mitford ricordi e, incidentalmente,
l’autrice di un romanzo chiamato ”Orgoglio e pregiudizio” che, scritto sotto la copertura di una porta scricchiolante, giacque per molti anni
senza essere pubblicato.
Un po’ più tardi, si crede, iniziò un’altra storia, ”I Watson” ed essendone per qualche motivo insoddisfatta, non lo finì. I lavori
di seconda categoria di un grande scrittore meritano di essere letti perché offrono la critica migliore sui loro capolavori. Qui le sue difficoltà
sono più chiare e i metodi che usò per superarle sono creati con meno arte. Per cominciare, la rigidezza e l’essenzialità dei primi capitoli provano
che era uno di quegli scrittori che scrivono i loro fatti in modo piuttosto scarno nella prima versione e poi ci ritornano, ritornano, ritornano per coprirli
di sostanza e atmosfera. Come sarebbe stato non possiamo dirlo -attraverso quali eliminazioni e aggiunte e tecniche artistiche. Ma il miracolo
sarebbe stato realizzato; la storia noiosa di quattordici anni di vita in famiglia sarebbe stata trasformata in un’altra di quelle introduzioni squisite ed apparentemente
ottenute senza sforzo; e non avremmo mai indovinato a quali pagine di tentativi Jane Austen avrebbe costretto la sua penna.
... Come altri scrittori, doveva creare l’atmosfera in cui il suo peculiare talento poteva dare i suoi frutti.
Qui lei brancola un po’; qui ci fa aspettare. E all’improvviso ci è riuscita; adesso le cose possono accadere nel modo in cui a lei piace che accadano.
Gli Edward stanno andando al ballo. La carrozza dei Tomlinson è passata; ci può dire che a Charles vengono “dati i guanti e gli viene detto di tenerli”; Tom Musgrave
si ritira in un angolo remoto con un piatto di ostriche e si mette a suo agio. Il suo genio è liberato e attivo. All’improvviso i nostri sensi
accelerano; la peculiare intensità che solo lei sa impartire si impadronisce di noi.
Ma di cosa è fatto tutto ciò? Di un ballo in un paese di campagna; di un paio di coppie che si incontrano e si prendono per mano in una sala;
un poco mangiano e un poco bevono; e la catastrofe è un bambino che viene snobbato da una giovane donna e trattato gentilmente da un’altra. Non ci
sono tragedie né eroismo.
Eppure per qualche motivo la piccola scena si muove al fuori di tutte le proporzioni dalla sua solennità superficiale.
Ci ha fatto vedere che se Emma ha agito in quel modo nella sala da ballo, che considerazione, tenerezza, sincerità di sentimenti avrebbe mostrato
nelle crisi più gravi della vita che, mentre la osserviamo, ci compaiono inevitabilmente davanti agli occhi.
Jane Austen è padrona di un’emozione molto più profonda di quello che appare in superficie. Ci stimola a fornire quello che non c’è.
Quello che ci offre è, apparentemente, banale eppure è composto di qualcosa che si espande nella mente del lettore e porta alla più durevole
forma di vita attraverso scene che sembrano triviali. L’accento è sempre posto sui personaggi. Come, fa in modo che ci chiediamo, come si comporterà Emma quando Lord Osborne e Tom Musgrave faranno la loro visita alle tre meno cinque, proprio mentre Marz sta portando il vassoio con i coltelli? È una situazione di disagio. I giovani uomini sono abituati ad una raffinatezza molto superiore. Emma può dimostrare di non aver ricevuto una buona educazione, di essere volgare. I punti di svolta del dialogo ci tengono costantemente con il fiato sospeso. La nostra attenzione è per metà rivolta al momento presente, metà al futuro. E quando alla fine Emma si comporta in un modo tale da confermare le più alte speranze che si avevano per lei, siamo
commossi come se fossimo stati testimoni di un affare di grande importanza. Qui, davvero, in questa storia incompleta e inferiore, ci sono tutti
gli elementi della grandezza di Jane Austen. Ha la qualità permanente della letteratua. Pensate all’animazione superficiale, alla somiglianza alla
vita, e qui rimane a fornire un piacere più profondo, una squisita esposizione dei valori umani. Allontanate anche questo dalla mente e uno può
indugiare con estrema soddisfazione sull’arte più astratta che nella scena della sala da ballo, varia tanto le emozioni e le proporzioni delle parti
che è possibile goderle, come si ha piacere nel leggere la poesia di per sé stessa e non come un legame che porta la storia qui e là.
Ma il pettegolezzo dice di Jane Austen che era perpendicolare, precisa e taciturna “un parafuoco di cui tutti avevano paura”.
Anche di questo ci sono delle tracce; poteva essere senza pietà; è una delle migliori autrici di satira in tutta la letteratura. Quei primi
capitoli angolari de ”I Watson” provano che non era un genio prolifico; non doveva, come Emily Brontë, semplicemente aprire la porta per
trasmettere qualcosa. Umilmente ed in modo gaio, raccoglieva i rami e la paglia di cui il suo nido sarebbe stato fatto e li metteva insieme
in modo ordinato. I rami e la paglia erano un poco secchi e polverosi. C’erano la grande casa e la piccola casa; un tea-party, una cena, un
occasionale pic-nic; la vita dipendeva da rapporti di valore e da entrate adeguate; da strade fangose, piedi bagnati e da una tendenza da parte
delle signore a stancarsi; un piccolo principio la supportava, una piccola conseguenza e l’istruzione di cui comunemente godevano le famiglie
del ceto medio che abitavano in campagna. Vizio, avventura, passione sono lasciati fuori. Ma di tutta questa prosaicità, di tutte queste piccolezze non tralascia nulla e nulla è descritto male. Pazientemente e precisamente ci dice come “non si fermarono fino a quando raggiunsero Newbury, dove un buon pasto, che univa pranzo e cena, concluse i divertimenti e le fatiche della giornata.”
E non si limita a dare alle convenzioni semplicemente l’omaggio delle labbra; ci crede veramente oltre che accettarle. Mentre descrive un parroco
come Edmund Bentram, o un marinaio, in particolare, sembra ostacolata nella santità del suo compito dal libero uso del suo mezzo più importante,
il genio comico, e quindi passerà ad un decoroso panegirico o a una pratica descrizione. Ma queste sono eccezioni; di solito il suo atteggiamento
ricorda l’esclamazione di una lady di cui non si conosce il nome:
“Un’arguzia, una delineatrice di caratteri che non parla è davvero magnifica!”
Non desidera né riformare né distruggere; e questo è davvero meraviglioso. Uno dopo l’altro crea i suoi stolti, i suoi bigotti,
i suoi mondani, i suoi signor Collins, i suoi Sir Walter Elliot e le sue signore Bennet.... Nessuna scusa viene trovata per il loro comportamento
e non viene mostrata loro alcuna pietà. Niente rimane di Julia e Maria Bertram quando ha finito con loro; Lady Bertram è lasciata “seduta
a chiamare Pug e a cercare di tenerlo lontano dalle aiuole” per l’eternità; il dottor Grant, che comincia mostrando una preferenza per le oche tenere,
finisce con un “colpo apopletico seguito dalla morte per tre grandi cene alla settimana.” A volte sembra che le sue creature siano nate semplicemente
per dare a Jane Austen la suprema delizia di tagliar loro la testa. È soddisfatta; è felice; non cambierebbe un capello sulla testa di nessuno, o
cambierebbe un mattone o un filo d’erba in un mondo che le fornisce una tale squisita delizia.
Né, davvero, lo faremmo noi. Perché, sebbene i dolori della vanità ferita, o il calore della rabbia morale, ci spinge a migliorare un mondo così
pieno di malizia, piccolezze e stupidità, il compito è al di là delle nostre possibilità. La gente è così -la ragazza di quindici anni lo
sa; la donna matura lo prova. In questo stesso momento qualche lady Bertram sta cercando di tenere il suo Pug lontano dalle aiuole; manda Chapman
ad aiutare la signorina Fanny un po’ più tardi. Questa descrizione è così perfetta, la satira così giusta che, per quanto sia consistente, quasi
sfugge alla nostra attenzione. Nessun tocco di malignità, o accenno a cattiveria ci distoglie dalla nostra contemplazione. La delizia si
mescola stranamente con il nostro divertimento. La bellezza illumina questi stolti.
Questa qualità elusiva è, davvero, spesso creata in modi molto diversi, che necessitano di un genio particolare per esser messi insieme. L’arguzia
di Jane Austen ha come partner la perfezione del suo gusto. Il suo stupido è uno stupido, il suo snob è uno snob perché si allontana dal modello
di normalità e buon senso che lei ha in mente, e ci trasmette quest’idea in modo inequivocabile anche mentre ci fa ridere. Nessuno scrittore
ha mai fatto più uso di un impeccabile senso dei valori umani. È contro il battito di un cuore sicuro, un infallibile buon gusto, una moralità
quasi rigida che ci mostra quelle deviazioni dalla gentilezza, dalla verità e dalla sincerità che sono tra le più deliziose nella letteratura
inglese. Dipinge una Mary Crawford con un insieme di buone e cattive qualità solo con questi mezzi. La lascia parlare contro il clero, o in
favore di un titolo nobiliare e dieci mila all’anno, con tutta la facilità e lo spirito possibile; ma qua e là lascia una nota proprio sua, molto
silenziosamente, in perfetta armonia, e all’improvviso tutte le chiacchiere di Mary Crawford, anche se continuano a divertire, sembrano spente.
Da ciò deriva la profondità, la bellezza, la complessità della scena. Da un tale contrasto deriva una bellezza, una solennità adirittura,
che non solo è rimanchevole quanto la sua arguzia, ma ne è anche una parte inseparabile. Ne ”I Watson” ci dà un assaggio del suo potere;
fa sì che ci domandiamo perché un ordinario atto di gentilezza, come lei lo descrive, diventi pregno di significato. Nei suoi capolavori, lo stesso
dono è portato alla perfezione. Qui non c’è niente che sia fuori luogo; è mezzogiorno nel Northamptonshire; un giovane noioso sta parlando con una
donna piuttosto debole sulle scale mentre vanno a vestirsi per la cena. Ma, dalla trivialità e dai luoghi comuni, le loro parole diventano all’improvviso pregne di significato,
e il momento per entrambi diventa uno dei più memorabili della loro vita. Si completa da sé; splende; luccica; si muove davanti a noi profondo, tramante, sereno per un secondo;
poi, la cameriera passa e questa goccia in cui si è concentrata tutta la felicità della vita, gentilmente viene meno e diventa parte del flusso
dell’esistenza ordinaria.
Che cosa c’è di più naturale allora, con questo sguardo nella loro profondità, per Jane Austen di scrivere delle trivialità di ogni giorno,
delle feste, dei pic-nic e delle danze country? Nessun “suggerimento di alterare il suo stile di scrittura” da parte di Mr. Clarke o del Principe
Reggente potevano tentarla; nessuna storia d’amore, nessuna avventura, politica o intrigo poteva illuminare la vita di campagna su una rampa di scale come la vedeva lei.
Davvero, il Principe Reggente ed il suo libraio avevano sbattuto la testa contro un ostacolo formidabile; stavano cercando di
influenzare un’incorruttibile coscienza, di disturbare un’infallibile discrezione. La bambina che formava le sue frasi in modo così fine quando
aveva quindici anni non cessò di formarle e di scriverle non solo per il Principe Reggente o il suo bibliotecario, ma per tutto il mondo. Sapeva
esattamente quali erano i suoi poteri e quali materiali erano adatti ad una scrittrice i cui standard di finalità erano molto alti.
C’erano impressioni che si trovavano fuori della sua provincia; emozioni che con nessuno sforzo o artificio potevano essere nascosti. Per esempio, non poteva far parlare una ragazza in modo entusiasta di licenze matrimoniali e cappelle. Non poteva gettarsi completamente in un
momento romantico. Possedeva numerosi trucchi per evadere le scene di passione. Alla natura e alle sue bellezze si avvicinava in modo tutto suo.
Descrive una bella notte senza mai fare menzione della luna. Nonostante ciò, mentre leggiamo alcune frasi formali su “la brillantezza di una
notte senza nuvole ed il contrasto con il ricco colore dei boschi”, la notte è “solenne, calmante e incantevole” come ce la descrive in modo semplice.
L’equilibrio dei suoi doni era singolarmente perfetto. Tra i suoi romanzi completi non ci sono fallimenti e tra i suoi tanti capitoli pochi sono al di sotto del livello degli altri. Ma dopo tutto, morì all’età di quarantadue anni. Morì alla massima altezza dei suoi poteri. Era ancora soggetta a quei cambiamenti che spesso rendono il periodo finale di uno scrittore il più interessante. Vivace, irreprensibile, dotata di un’inventiva piena di vitalità, non c’è dubbio che avrebbe scritto di più se fosse vissuta più a lungo ed è una tentazione chiedersi se avrebbe scritto in modo differente. I limiti sono marcati; lune, montagne e castelli si trovano nell’altro lato. Ma non era a volte tentata di varcare i confini per un minuto? Non stava cominciando, nel suo modo gaio e brillante a contemplare il piccolo viaggio della scoperta?
Prendiamo ”Persuasione”, il suo ultimo romanzo completo, e guardiamo alla sua luce i romanzi che avrebbe potuto scrivere se fosse vissuta. C’è una peculiare bellezza ed una peculiare
opacità in ”Persuasione”. L’opacità è ciò che così spesso marca lo stadio di transizione tra due periodi differenti. Lo scrittore è un poco annoiato. Il suo lavoro le è diventato troppo familiare; non le sembra più fresco. C’è un’asperità nella sua commedia che suggerisce che ha quasi cessato di essere divertita dalla vanità di Sir Walter o dall’atteggiamento snob di una Miss Elliot.
La satira è dura e la commedia è cruda. Non è più così consapevole dei divertimenti della vita di tutti i giorni. La sua mente non è completamente sul soggetto. Ma, mentre sentiamo che Jane Austen ha già fatto questo, e l’ha fatto meglio, sentiamo anche che sta cercando di creare qualcosa di differente. C’è un nuovo elemento in ”Persuasione” , una qualità, forse, che ha acceso Dr. Whewell facendo sì che esclamasse: “è il più bello dei suoi lavori”. Sta cominciando a scoprire che il mondo è più grande, più misterioso e più romantico di quello che supponeva. Sentiamo che è quello che sente lei quando Anne esclama: “Era stata costretta ad essere prudente in gioventù, aveva imparato ad amare quando era cresciuta –la conseguenza naturale di un inizio innaturale”.
Indugia frequentemente sulle bellezze e la malinconia della natura, sull’autunno mentre non ha mai indugiato sulla primavera. Parla dell’”influenza così dolce e triste nei mesi autunnali sulla campagna”. Osserva: “Una persona non ama di meno un luogo solo perché vi ha sofferto”.
Ma non è solo una nuova sensibilità nei confronti della natura che è differente. Il suo atteggiamento verso la vita è cambiato. La vede, per gran parte del libro, attraverso gli occhi di una donna che, infelice lei stessa, ha una speciale comprensione per la felicità e l’infelicità degli altri, che fino alla fine è costretta a commentare in silenzio. Così l’osservazione è meno dei fatti e più dei sentimenti. C’è un’emozione espressa nella scena del concerto e nella famosa conversazione sulla costanza delle donne che non solo prova il fatto biografico che Jane Austen abbia amato, ma anche il fatto estetico che non abbia più paura di raccontarlo.
L’esperienza, quando era di tipo serio, doveva avere avuto un impatto profondo e essere completamente disinfettata dal passaggio del tempo, prima che permettesse a sé stessa di parlarne nei suoi romanzi. Ma ora, nel 1817, è pronta. Anche esternamente, nelle sue circostanze, un cambiamento era imminente. La sua fama era cresciuta in modo lento. “Dubito” scrisse il signor Austen Leigh. “Che sia possibile nominare qualsiasi altro autore la cui biografia fosse così completamente oscura.”
Se avesse vissuto solo qualche anno in più, tutto ciò sarebbe cambiato. Sarebbe rimasta a Londra, avrebbe cenato fuori, pranzato fuori, incontrato persone famose, fatto nuove amicizie, letto, viaggiato e riportato nel suo tranquillo cottage di campagna numerose osservazioni con cui festeggiare a suo piacimento.
E che effetto avrebbe avuto tutto ciò sui sei romanzi che Jane Austen non scrisse? Non avrebbe scritto di crimine, di passione o di avventura. Non sarebbe stata spinta dall’inopportunità degli editori o dalle lusinghe degli amici nella sciatteria o nell’insincerità.
Ma avrebbe saputo di più. Il suo senso di sicurezza sarebbe stato scosso. La sua commedia avrebbe sofferto. Si sarebbe affidata di meno (questo è già percepibile in ”Persuasione”) ai dialoghi e più alla riflessione per darci una conoscenza dei personaggi.
Quelle meravigliose piccole chiacchiere che riassumono in pochi minuti tutto ciò di cui abbiamo bisogno per conoscere un ammiraglio Croft o una signora Musgrove per sempre, quel metodo colpisci-manca che contiene capitoli di analisi e psicologia, sarebbero diventati troppo crudi per contenere tutto ciò che percepiva della complessità della natura umana. Avrebbe trovato un metodo, chiaro e composto come sempre, ma più profondo e più suggestivo per trasmettere non solo ciò che le persone dicevano ma anche ciò che rimaneva non detto; non solo ciò che erano ma ciò che la vita è. Si sarebbe trattenuta più lontana dai suoi personaggi e li avrebbe visti più come un gruppo, meno come individui.
La sua satira, mentre suonava incessante, sarebbe stata più stringente e severa. Avrebbe preceduto Henry James e Proust –ma basta. Queste speculazioni sono vane: l’artista più perfetta tra le donne, la scrittrice i cui libri sono immortali, morì “proprio mentre stava cominciando a sentire fiducia nel suo stesso successo.”
Charlotte Brontë
Nella sua lettera datata 12 gennaio 1848 a George Lewes in risposta al suo consiglio, dopo la pubblicazione di Jane Eyre, di scrivere in modo meno melodrammatico come Jane Austen:
“Perché ammiri tanto Miss Austen? Sono confusa su questo punto. Che cosa ti induce a dire che avresti preferito scrivere ”Orgoglio e Pregiudizio” o ”Tom Jones” piuttosto che qualsiasi dei romanzi di Waverley?
Non avevo letto ”Orgoglio e Pregiudizio” quando mi hai scritto questa tua frase e così ho comprato il libro. E cosa ho trovato? Un dagherrotipo accurato di una faccia comune, un giardino accuratamente recintato, ben coltivato con bordi regolari e fiori delicati;
ma nessuno sguardo ad una fisionomia vivida, nessuna campagna aperta, aria fresca, colline colorate, nessuna corrente. Non mi piacerebbe vivere con le sue lady e con i suoi gentiluomini nelle loro case eleganti ma limitate. Queste osservazioni ti irriteranno, probabilmente, ma correrò il rischio.
Adesso, posso capire l’ammirazione verso George Sand [Lucie Aurore Dupin]... perché ha una comprensione che non riesco a capire completamente ma che rispetto profondamente: è sagace e profonda; Miss Austen è solo accorta e osservante.”
Lettera del 18 gennaio 1848 a George Lewes in risposta alla precedente:
“Dici che mi devo abituare all’idea che “Miss Austen non è una poetessa, non ha “sentimento”, non ha eloquenza, nessuno del travolgente entusiasmo della poesia”; e poi aggiungi che devo “imparare a considerarla una delle più grandi artiste, delle più grandi pittrici del carattere umano e una delle scrittrici con il miglior senso della misura che abbia mai vissuto.”
Sono d’accordo solo con l’ultimo punto…
Essendo Miss Austen, come dici, senza “sentimento”, senza poesia, forse è ragionevole ma non può essere grande.”
Nel 1992 è stato ritrovato un paragrafo di questa lettera che era andato perso, in cui Charlotte Brontë esprime la sua preferenza per Jane Austen su una certa Eliza Lynn Lynton:
“Con un piacere infinitamente superiore simpatizzo con il buon senso e la sottile accortezza di Miss Austen. Se non si trova ispirazione nelle pagine di Miss Austen, non si trova nemmeno semplice prolissità; per usare ancora le tue parole, adatta in modo squisito i mezzi ai fini; entrambi sono sottotono, un poco contratti ma mai assurdi.”
Lettera del 12 aprile 1850 a W. S. Williams:
“Ho letto un lavoro di Miss Austen –Emma- letto con interesse e con il giusto grado di ammirazione che la stessa Miss Austen avrebbe trovato ragionevole e appropriato –qualsiasi cosa come calore ed entusiasmo, qualsiasi cosa di energetico, pregnante o appassionato sarebbe completamente fuori luogo nel parlare di questi lavori: tali dimostrazioni avrebbero incontrato una smorfia ben educata dell’autrice, sarebbero stati classificati come outré e stravaganti. Fa il suo lavoro di delineare la superficie della vita della borghesia inglese curiosamente bene; c’è una fedeltà cinese, una delicatezza in miniatura nel dipinto: scompiglia il lettore con niente di veemente, lo disturba con niente di profondo: le Passioni le sono perfettamente sconosciute; rifiuta persino una conoscenza con quella tempestosa Sorella; perfino ai suoi Sentimenti non concede più che un occasionale riconoscimento grazioso ma distante; una conversazione troppo frequente potrebbe arruffare l’eleganza priva di pieghe del suo progresso.”
Ralph Waldo Emerson:
Non riesco a capire perché la gente ha un’opinione così alta dei romanzi di Miss Austen che mi sembrano volgari nel tono, sterili dal punto di vista artistico, imprigionati nelle orribili convenzioni della società inglese, senza genio, arguzia o conoscenza del mondo. La vita non è mai stata così stretta e limitata... Tutto questo l’interesse nei personaggi: ha lui o lei abbastanza denaro per sposarsi? ... Il suicidio è più rispettabile.
Mark Twain:
“Ogni volta che leggo “Orgoglio e pregiudizio” vorrei dissotterrarla e picchiarla sul teschio con la sua stessa tibia.”
“Anche i libri di Jane Austen sono assenti da questa biblioteca. Già questa omissione sarebbe sufficiente a renderla una buona biblioteca.”
“Per me la prosa di Adgar Allan Poe è illeggibile, come quella di Jane Austin (errore nel testo). No, c’è una differenza. Potrei leggere Poe se mi pagassero, ma non quella di Jane. Jane è completamente impossibile. Sembra un vero peccato che le abbiano concesso di morire di morte naturale.”
Martin Amis del New Yorker:
Jane Austen è bizzarramente capace di tenerci occupati tutti. I moralisti, quelli dell’Eros e Agape, i marxisti, i freudiani, gli junghiani, i semiologi, i decostruttivisti - tutti trovano pane per i propri denti nei suoi similissimi romanzi sui provinciali della classe media. E per ogni generazione di critici e lettori, la sua prosa sembra rinnovarsi automaticamente.

P.D. James:
Penso che se fosse vissuta oggi, Miss Austen sarebbe la più grande scrittrice di gialli.

W. H. Auden in una lettera a Lord Byron del 1936:
Non potresti sconvolgerla più di quanto lei sconvolge me;
Inoltre la sua Gioia sembra innocente come erba.
Mi rende molto a disagio vedere
Una zitella inglese del ceto medio
Descrivere gli effetti amorosi dell’“ottone”,
Rivelare così francamente e con una tale sobrietà
Le basi economiche della società.

C.S. Lewis:
È descritta in uno dei peggiori racconti di Kipling come la madre di Henry James. A me sembra più la figlia di Samuel Johnson: ha ereditato il suo buon senso, la sua moralità e molto del suo stile.
I “principi” o la “serietà” sono essenziali nell’arte di Jane Austen... I “principi” di Jane Austen possono essere descritti come la grammatica della condotta.

Brabourne:
Descrive gli uomini e le donne esattamente come sono nella realtà, e racconta storie di vita ordinaria, quotidiana...

Scott:
Ho letto per la terza volta il romanzo ottimamente scritto di Miss Austen, “Orgoglio e Pregiudizio”. Quella giovane signora aveva un grande talento nel descrivere ambienti, sentimenti e personaggi della vita ordinaria, cosa che mi sembra in dono più grande che abbia mai trovato. ... Che cosa terribile che una creatura così piena di talento sia morta tanto giovane.

Tennyson:
Miss Austen capiva alla perfezione le piccolezze della vita. Era una grande artista, paragonabile nella sua piccola sfera a Shakespeare...

Joseph Conrad a H. G. Wells:
Che cosa è tutta questa ammirazione per Jane Austen? Che cosa c’è in lei? Che cosa è tutta questa ammirazione per Jane Austen?

Henry James
Ignorata per trenta, quarant’anni dopo la sua morte, è forse l’esempio più bello di quella correzione di un giudizio effettuato con lenta stupidità... questa corrente ha assunto la direzione opposta, adesso, diventando anche superiore a quello che le sue effettive qualità meriterebbero... Responsabili... sono gli editori, illustratori, produttori e le piacevoli scemenze delle riviste che hanno trovato la nostra cara, loro cara, di tutti cara Jane così infinitamente perfetta per i loro scopi... La chiave del successo di Jane Austen con i posteri è dovuta in parte alla straordinaria grazia della sua facilità e del fatto che ne sembra inconsapevole, come se facendo la calza lasciasse cadere qualche maglia e poi la riprendesse con... piccoli tocchi d’immaginazione da vera maestra.

Lettera di Frederic Harrison a Thomas Hardy:
(Austen era) una piccola cinica senza cuore... raccontando storie sui suoi vicini mentre le grandi dinastie stavano facendo a pezzi il mondo... Nemmeno un soffio di quel tornado toccò il suo scrittoio Chippendale.

Rudyard Kipling:
Jane è sepolta a Winchester -benedetta sia la sua ombra!
Lode al Signore per averla creata, e per tutto ciò che ha fatto!
E mentre la pietra a Winchester, o in Milson Street
rimane
Gloria, affetto e onore all’inglese Jane.

E. M. Foster:
Sono un ammiratore di Jane Austen, e per questo un poco imbecille quando si parla di lei... Ma Jane è così diversa. È la mia autrice preferita! Ho letto e riletto. La bocca aperta e la mente chiusa...

Edith Wharton:
Jane Austen, naturalmente, saggia nel suo ordine, curata nella sua tranquillità, non sbaglia mai ma ci sono pochi autori come lei.

D. H. Lawrence:
Questa, ancora, è la tragedia della vita moderna. Nella vecchia Inghilterra, i curiosi incroci tra parenti di sangue tenevano insieme le classi. Il baronetto poteva essere arrogante, violento e ingiusto, eppure nello stesso tempo è una parte della gente, del loro stesso sangue. Lo sentiamo in Defoe o Fielding. Ma poi con la cattiva Jane Austen lo perdiamo... È nei miei sentimenti, completamente sgradevole, inglese nell’accezione maligna e snob, così come Fielding e Defoe lo sono nel senso generoso.

Ezra Pound in una lettera a Laurence Binyon:
Nella mia disperazione sono pronto a chiederti: leggilo tu ed elimina ogni frase che Jane Austen non avrebbe scritto in prosa. Cosa che è, lo ammetto, impossibile. Ma quando ottieni un verso limpido in cui le parole sono in perfetto ordine, non pensi che valga più di altri dieci?

Vladimir Nabokov:
“Mansfield Park” non è un capolavoro violentemente vivido... È il lavoro di una lady ed il gioco di un bambino. Ma da quel cestino nasce un ricamo squisito e c´è un tocco di meraviglioso genio in quel bambino.

Fay Weldon:
Il motivo per cui nessuno sposò Jane Austen è lo stesso per cui l’editore non pubblicò l’“Abbazia di Northanger”. Era troppo. Qualcosa che faceva paura si nascondeva sotto quella gioia spumeggiante: qualcosa capace di scuotere il mondo e sorprenderlo.

Carol Shields:
Le eroine di Jane Austen piacciono perché in un mondo che cospira nel delegare le donne in una posizione svantaggiosa, loro esercitano un vero potere... vediamo che non solo le donne sanno cosa vogliono ma hanno anche elaborato una strategia per ottenerlo.

Anthony Lane:
Nudità, abusi sessuali, lesbiche, un poco d’incesto... Ci stancheremo mai di Jane Austen?

Elsa Solender, ex-presidente della Società del Nord America di Jane Austen:
Dopo aver rivisto tutti i film e le critiche dei film nelle librerie specializzate di Londra, Los Angeles e New York e dopo aver pregato, comprato o preso in prestito una libreria di libri e articoli su adattamenti dalla letteratura ai film, sono giunta ad una conclusione riguardo il cercare di ricreare il “Mondo di Jane Austen” in modo fedele ed autentico per rendere felici le sue fan. In due parole: non fatelo.

J. K. Rowling:
Non ho mai voluto essere famosa, e non ho mai sognato che lo sarei diventata... C’è una leggera disconnessione con la realtà che mi succede spesso. Immaginavo che essere una famosa scrittrice significasse vivere come Jane Austen, sedere nel vicariato e vedere i propri libri diventare famosi e di tanto in tanto scambiare una lettera con il bibliotecario del principe del Galles.