Saggi



La sceneggiatrice di destini.
Jane Austen e il Cinema: il perché di una relazione profonda

del Dr Cesare Catà

Da decenni, quello tra l’opera letteraria di Jane Austen e l’arte cinematografica è un rapporto profondo. Dopo Shakespeare, la Austen è probabilmente l’autore in lingua inglese che più di ogni altro, nel corso degli anni, ha fornito la base o gli spunti per film, produzioni cinematografiche e soggetti ispirati alla sua opera.
     Risulta interessante domandarsi le ragioni reali di un tale rapporto, che lega questa timida scrittrice della provincia inglese alle fantasmagorie hollywoodiane. A un primo sguardo, quella della Austen sembrerebbe un’opera quanto mai distante dai ritmi, il linguaggio, i codici, le esigenze drammaturgiche e comunicative del cinema. Eppure, i sei romanzi che Jane Austen pubblicò nel corso della sua breve e semplice vita hanno costituito, e continuano a costituire, un materiale inesauribile, sul quale attori e cineasti misurano le proprie capacità, declinano il proprio ingegno, azzardano i propri investimenti. Perché questo fenomeno? Come mai una scrittrice che, in prima apparenza, descrive semplicemente, in una prosa senza grandi entusiasmi, il mondo interiore di ragazze di provincia nella Inghilterra borghese tra XVIII e XIX secolo, continua a parlare al mondo postmoderno con una forza inarginabile, nutrendo inesauribilmente l’arte principale della nostra epoca? Evidentemente, deve esserci di più. Evidentemente, Jane Austen non è stata una scrittrice di romanzi rosa. La sua scrittura è qualcosa di infinitamente più grande e di diverso, rispetto a quello che potrebbe trasparire in seguito a uno sguardo superficiale sulla sua opera.
     Jane Austen è una scrittrice strana. La sua prosa elegante, placida, piana, in qualche modo pudica, quasi non lascia sospettare gli esiti letterari straordinari, meravigliosi e terribili che pochi decenni dopo Virginia Woolf avrebbe impresso percorrendo il medesimo sentiero letterario. La Austen è una scrittrice che si ritrae. Una scrittrice da ascoltare.
     Al centro di ogni suo romanzo, le cui trame sembrano non più che variazioni su un medesimo tema (ossia la ricerca di un buon marito da parte di giovani e problematiche ragazze di provincia), c’è l’universo interiore delle protagoniste da lei descritte. Lo sfondo in cui le storie si svolgono, nell’intrecciarsi delle vicende, è anch’esso il medesimo: il mondo chiuso della provincia inglese a cavallo tra Sette e Ottocento. Non vi è traccia della “Storia”: i personaggi della Austen sono come sospesi fuori dal tempo – o, per meglio dire: vivono nel perimetro del proprio tempo interiore, nel quale non c’è spazio per la storia. La storia, nei romanzi della Austen, avviene sempre altrove, non è mai presa in considerazione. Perché la vera “storia” è quella che avviene interiormente, nel perimetro dell’anima, cui corrisponde il perimetro della campagna d’Inghilterra, e l’insieme della gente che la abita. Anche quando le scene si svolgono temporaneamente a Londra, l’atmosfera austeniana è sempre quella del “borgo” di provincia – nel quale tutto è regolato dalle conoscenze reciproche di un gruppo sociale ristretto.
     Per molte letture critiche, questo totale – e consapevolissimo – disinteresse della scrittura austeniana nei confronti della “storia” potrebbe sembrare un limite. Invece è un decisivo punto di forza, letterariamente parlando. Perché, nel chiuso universo dello spirito, Jane Austen orchestra i movimenti di un teatro emozionale pressoché illimitato. E la ricerca dell’amore, da parte delle sue eroine, diviene il senso vero, irrefutabile, di tutto il mondo. Che cosa può importare ad Elizabeth Bennet, la celebre protagonista di Pride and Prejudice (Orgoglio e Pregiudizio), se la Rivoluzione Francese stava mutando per sempre il volto politico dell’Europa? Qualcosa di immensamente più importante occupa i suoi pensieri: comprendere il perché dell’atteggiamento di Mr. Darcy, e se lei in cuor suo lo ama davvero. E può forse Fanny Price, l’eroina di Mansfield Park, rivolgere, anche per un attimo, il suo pensiero alle guerre napoleoniche, quando sente crescere dentro sé, tra mille tumulti, il proprio sentimento per Edmund, che conosce sin dall’infanzia, ma che lentamente scopre di amare sopra ogni cosa e ogni persona?
     Quello offerto da Jane Austen, in una lingua di grande raffinatezza e in un complesso ma perfetto impianto narrativo, non è un punto di vista “distorto”, proveniente da una zitella di campagna nella provincia inglese di fine Settecento. Quello di Jane Austen è un arguto, intelligente e preziosissimo sguardo che è alternativo alla storia ufficiale: laddove sono i macromovimenti a essere descritti, quelli politici e quelli economici, incuranti delle vicende interiori dei singoli soggetti.
     Jane Austen narra un’altra storia. Il suo è uno sguardo squisitamente e meravigliosamente “femminile”. Lei parla, per dirla con Hegel, non con la voce della “piazza” (agorà), ma con la voce del “focolare” (oikos) – e dunque restituisce la metà nascosta del Reale. Forse, la metà più vera. Perché più umana.
     Attenzione: questo non significa in alcun modo relegare la scrittura della Austen nel limite del “romanzo rosa” o della produzione letteraria “femminile”. Troppo spesso si è incappati in questo fraintendimento. Da un lato, perché si è guardato a lei come una conformista scrittrice del suo tempo, poco più di una istruita “comare di paese”, che mise in letteratura i pettegolezzi di provincia. Dall’altro lato, perché l’attenzione alla sua scrittura è venuta in ambito accademico soprattutto nel campo dei gender studies, svilendo così, in un goffo tentativo di rivalutazione, la sua opera a una visione “femminista” della realtà.
     Tutt’altro. Jane Austen è una scrittrice sublime, tra le più raffinate che la moderna letteratura europea abbia prodotto, la quale ha posto al centro di tutta la sua opera un principio filosofico ben preciso: gli uomini (o, meglio, le donne: vere protagoniste della contro-storia da lei ri-narrata) realizzano la propria essenza grazie all’amore. L’amore, nel bene così come nel male, è il compiersi del destino.
     Allora, le eroine di Jane Austen che vanno a caccia di mariti nelle complesse vicende dei suoi romanzi non sono solo giovani ragazze che cercano di “sistemarsi” per sfuggire alla miseria o a una vita di implacabile solitudine. Sono esseri umani di grande sensibilità in cerca della propria essenza.
     Certo: quello disegnato con dolci tinte pastello dalla scrittura austeniana è un universo di riferimento sociale ben preciso, quello della gentry, la piccola nobiltà della campagna inglese, e i codici in cui essa ha regolato lungamente la propria civiltà. Il mondo del lavoro, della povertà, delle metropoli, delle sovversioni sociali sono estranei, diremo quasi estromessi, dall’orizzonte dell’opera austeniana. Essi esistono solo come “spettri”: il terrore della povertà in cui una nobile fanciulla senza risorse avrebbe potuto incappare senza un adeguato matrimonio, il timore della solitudine, la paura del non-essere accettati all’interno del gruppo sociale fondato su regole ben determinate da un sistema di valori che, nella Austen, non è diverso da quello che viene codificato nei Sermons to Young Women dal dr. Fordyce nel 1765, o dai conduct books dell’epoca. E la Austen, anche nei momenti più amari dei suoi romanzi, non contesta mai quel sistema. Non c’è mai, come ad esempio nella sua contemporanea Mary Wollsonecraft, una ribellione alle ferree regole sociali del suo tempo. La Austen esprime in altro modo la forza dirompente e trasgressiva – “temeraria” (daring), come Virginia Woolf amava definire Jane Austen – del suo spirito: con la dolce e sovente sofferta (e non di rado ironica) descrizione di un mondo i cui confini non vengono messi in discussione, ma bensì accettati in quanto conferiscono senso a quella ricerca di senso che è la ricerca dell’amore.
     Forse, Jane Austen fu donna di troppo raffinata intelligenza e spirito per concentrarsi su una contestazione di tipo sociologico. A lei interessava molto di più. A lei interessava l’amore. E per descriverlo si mosse all’interno del perimetro dello spirito interiore dei suoi personaggi, coincidente, nei suoi confini, con i confini fisici della bellissima campagna d’Inghilterra.


     Eppure, detto ciò, il paradosso non viene risolto – anzi si amplifica. Perché il Cinema è così perdutamente infatuato della scrittura di Jane Austen? Forse perché nessuna come lei è stata in grado di definire i contorni dei personaggi in base al loro sentire. Nella Austen c’è una “fisiognomica dello spirito” che caratterizza in modo impareggiabile la sua scrittura. I suoi personaggi si imprimono nella mente del lettore con vividi colori, come se li si fosse davvero conosciuti.
     E poi Jan Austen è stata una formidabile inventrice e costruttrice di trame. L’intreccio della vicenda è sempre complesso, ma cristallino; avvincente, ma chiarissimo, nitido. E ciò conferisce alle sue “storie d’amore” la forza di avventure straordinarie.
     Io credo che questa sua capacità di descrivere personaggi come fossero persone, e di orchestrare trame come fossero vite, facciano di Jane Austen la prima (e certo una delle più geniali) sceneggiatrici della storia. Come Shakespeare – anche se ovviamente in tono estremamente minore, e per tutt’altra via – la Austen comprese e attuò, un secolo prima che venisse creato il Cinema, i principi fondamentali di una buona sceneggiatura per film, e diede loro forma con un vivo e raro talento letterario.
     Lei, la zitella chiusa in una modesta camera di un cottage dello Hampshire a scrivere di fidanzamenti e matrimoni, avrebbe affascinato perdutamente Hollywood. E questo fenomeno ci fa comprendere davvero molto, anche da un punto di vista filosofico.
     Sono innumerevoli le trasposizioni e le contaminazioni tra Jane Austen e il Cinema. Orgoglio e pregiudizio, il suo romanzo più famoso, ha avuto moltissime riduzioni: la più recente con Kira Knightley, per la regia di Wright; una, assai più antica, firmata Lawrence Olivier; un’altra, per la BBC, con Colin Firth nel ruolo di Mr. Darcey – solo per limitarci alle più celebri. Medesimo destino per Ragione e Sentimento, portato sullo schermo nel ’95 da una splendida riduzione di Emma Thompson, con lei stessa formidabile nel ruolo di Eleonor, per la regia di Ang Lee, e con Kate Winslet nel ruolo di Marianne e Hugh Grant in quello di Edward Ferries (forse uno dei migliori esiti della cinematografia austeniana); e poi, nel 2008, in uno sceneggiato assai ben curato, ancora della BBC. Al cinema sono stati trasposti, molteplici volte, anche Emma (la versione più famosa è quella con Gwyneth Paltrow nel ruolo della protagonista, e anche in questo caso c’è una bella versione della BBC), Mansfield Park (tra le varie versioni sceneggiate, va ricordata la versione per il cinema di Patricia Rozema nel 2000) e Persuasione.
     Numerosi sono anche i film ispirati indirettamente all’opera di Jane Austen: da Becoming Jane, di Julian Jarrold, in cui con una bravissima Anne Hatahway viene narrata la vita della scrittrice come fosse un’eroina dei suoi scritti; a Lost in Austen, serie televisiva inglese del 2008, in cui una moderna ragazza londinese in crisi col ragazzo si ritrova catapultata negli ambienti austeniani; a Matrimoni e Pregiudizi, omaggio di Bollywood alla Austen, in cui Pride and Prejudice viene declinato nella moderna società indiana; a Clueless, Ragazze a Beverly Hills, modernissima versione di Emma con Alicia Silverstone; a Il club di Jane Austen, tratto dal libro omonimo, dove un gruppo di newyorkesi fondano un club per la lettura delle opere austeniane, che vengono intrecciandosi con le loro vicende personali; all’originale Jane Austen a Manhattan, film di James Ivory del 1980; sino alla celeberrima serie statunitense di Sex and the City, la quale altro non è, se non una visione post-moderna, in chiave metropolitana, erotica e glamour di quattro ultratrentenni in cerca, proprio come le eroine di Jane, di una stabilità esistenziale tramite un amore appagante; sino, infine, al romanticissimo La casa sul lago del tempo, di Alejandro Agresti, con Keanu Reeves e Sandra Bullock, in cui, sulla scorta di Persuasione di Jane Austen, i due protagonisti si innamorano in momenti diversi del tempo, per poi finalmente riuscire a incontrarsi, proprio grazie al libro della grande scrittrice inglese.
     Insomma, il dato che si mostra è uno e uno soltanto: il Cinema ama Jane. Ama questa conformista zitella di provincia, che in realtà è stata uno degli ingegni più brillanti del suo tempo. Perché? Infine, la risposta secondo me va data su tre piani.
     Primo: come ho detto, Jane Austen è una magnifica, quasi impareggiabile sceneggiatrice. I suoi romanzi, al cinema, funzionano. Perché lei scrisse e descrisse l’amore preannunciando, e forse fondando, quelle che sono alcune delle basi della sceneggiatura per il grande schermo.
     In secondo luogo: la società contemporanea, che il Cinema si trova a dover “sfamare” di molti bisogni spirituali, ritrova in Jane Austen un mondo di delicata perfezione, rispetto al quale il nostro “progresso” post-moderno non è altro che un declino barbarico. Quando osserviamo i modi di corteggiamento, i moti di innamoramento, come si danzava, parlava, mangiava, muoveva ai tempi della società della Austen, si agita dentro noi uno struggimento rabbioso, che non è soltanto un vago senso di romanticismo, ma che bensì è un desiderio profondo di essere una società “perfetta”, fondata su un codice d’onore e di comportamento, quale quella che Jane così magistralmente descrive. In fondo, il nostro mondo non è cambiato, dai tempi dalla Austen. Cerchiamo ancora di risolvere le nostre vicende esistenziali tramite moti sentimentali. Il modello antropologico non è del tutto tramontato. Ma viviamo in un’era barbarica. In cui si è perso ogni senso del rispetto, dell’onore, della cortesia, dell’etichetta e della disciplina. Il che rende i rapporti sociali, e soprattutto quelli d’amore, assai meno interessanti. E assai meno veri, in ultima analisi. Il declino della Modernità, che si è affermata contestando quelle regole sociali che Jane – la conservatrice Jane – ha sempre descritto con delicata tenerezza e mai distaccata ironia, è oggi giunto al suo punto-limite: quello da cui guardare con estremo rammarico la ricchezza che abbiamo perso, barattandola con un mondo senza regole sociali e convenzioni, fatto di una finta libertà, in nome di una supposta eguaglianza sociale.
     nfine, se tra il Cinema e Jane c’è questo riuscito rapporto d’amore, un rapporto che lei non ebbe mai la fortuna di trovare nella sua vita con un uomo, io credo che ciò si debba a quella che è l’essenza del Cinema, cui la scrittura di Jane risponde.
     Il cinema altro non è se non una trasposizione artistica del “lavoro onirico”: ossia quello che la mente fa mentre dormiamo, come ci ha spiegato Freud. Il sogno è ciò che organizza il materiale che la mente ha incamerato da sveglia, affinché il sonno possa essere svolto. “Il sogno, dice Freud, è il preservatore del sonno”. E come può il sogno preservare il sonno? Organizzando il materiale della mente, a prescindere dalle regole della logica, in un apparato di coerente narrazione. Quando questa narrazione salta, il sogno diventa incubo. Il Cinema fa la stessa cosa: utilizza il materiale della mente (immagini) per organizzarlo in una storia coerente, il cui finale, anche quando sia negativo o “aperto”, funzioni.
     E allora è forse per questo che Jane Austen è amata dal Cinema: lei, con la sua elegante e dolce prosa, descrive l’amore all’interno dello spirito. L’inferno – ossia un matrimonio mancato – viene opportunamente sublimato, come terrore, nella ricerca dell’uomo giusto per la vita. Di un rapporto che possa funzionare. Di una vera storia d’amore.
     Con questo, voglio dire che, probabilmente, ci piace vedere Jane Austen al cinema, perché vorremmo che fosse lei l’angelo custode preposto a scrivere la nostra storia. Vorremmo che Jane Austen scrivesse la sceneggiatura del nostro destino. Affinché la nostra storia – il nostro sogno che viviamo da svegli – abbia senso, e non diventi incubo. Affinché, romanticamente, l’amore che ci portiamo dentro come uomini possa avere un vero compimento.


Cesare Catà è nato a Fermo, il 3 Agosto 1981.
      Dottore di ricerca in Storia della Filosofia presso l'Università di Macerata, è stato inoltre visiting scholar nell'Università di Filosofia di Honolulu (USA) e di Trier (Germania); è attualmente ricercatore post-dottorato presso l'Ecole des Hautes di Paris. Si occupa in modo speciale di Filosofia e Arte del Rinascimento, con particolare attenzione al Neoplatonismo. Suoi campi di insegnamento e ricerca sono inoltre la Filosofia della Religione e l'Estetica. In quest'ultimo campo, ha dedicato vari studi ad autori in lingua inglese, tra i quali Shakespeare, Tolkien, Yeats, Dylan Thomas, Jane Austen, Jack Kerouac, Virginia Woolf, John Keats.
      Cesare Catà è inoltre scrittore di racconti fantasy; vincitore nel 2007 del premio "Silmaril" per il miglior racconto fantasy italiano del 2007, è autore di una serie di racconti, di prossima uscita, ispirati alle leggende celtiche; è in preparazione un volume di racconti fantastici ispirati alle tradizioni popolari della sua terra, le Marche.
      Docente precario di Psicologia e Filosofia nei Licei, tiene inoltre seminari di letteratura presso le Scuole Elementari e Medie.
      Collabora regolarmente con varie riviste e trasmissioni radiofoniche su temi di politica e cultura.
      Lo lega a Jane Austen, che ritiene una pietra miliare della letteratura europea da cui imparare l'arte dello scrivere, una ammirazione sconfinata per la raffinatezza della sua prosa, scrigno e gioiello dell'universo piscologico della femminilità, inesauribile fonte di studio e ispirazione.




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